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Gruppo Aree Umide Minori

Anno della Salamandra/3

Pubblichiamo l’ultimo dei tre scritti dedicati alle Salamandre. Questa volta si tratta di un racconto fantastico sul più famoso degli Urodeli, la Salamandra pezzata (Salamandra salamandra), scritto da Danio Miserocchi.

Accompagnamo questo racconto con un disegno della Salamandra fatto da Patrizia Scaglia.

Buon divertimento e buone feste!

Zaramandole

di Danio Miserocchi

Salamandra pezzata – disegno di Patrizia Scaglia

I cervi erano nella radura, la fonte borbottava tra i loro bramiti, ma quegli animali appartenevano al Duca Aldobrandino, così come la palude con le gru, e suoi erano anche i colombacci, i faggi su cui erano posati, e tutto il resto. Agli altri, quasi niente, la foresta Buiana era la sua riserva di caccia, ed era vietato entrare.

La pioggia era nell’aria, ma non arrivava, e la foschia, permeante l’aria, la rendeva palpabile.

Lippo, Lapaccio e Cepparello, con un poco di reverenzial timore, s’inoltrarono nell’ombroso sottobosco della Buiana per cercare le salamandre, le quali abitavano da millenni in ogni valle di quella estesa foresta, ma che non si facevano vedere tanto spesso: invisibili, come semi nascosti, attendevano nelle cavità, nel cuore del buio, il loro momento.

Si narravano storie strane, ma sottovoce, e solo in pochi le raccontavano, rigorosamente ai familiari ed agli amici più stretti, per paura di essere presi per matti, e solo nelle notti secche e ventose, cioè una o due volte l’anno.

Cepparello, chierico proveniente da San Piccardo, era colui il quale doveva prendere in un sacco le salamandre, antidoto al fuoco. Ma si fidava poco di quei due; e poi sentiva odor di stregoneria: si diceva che le salamandre attraversassero il fuoco, così fredde da renderlo inoffensivo, fredde tanto, ma calde abbastanza da far bruciare gli occhi.

Era stato inviato da un amico dell’Arciprete, ma senza sapere tanto bene cosa lo avrebbe aspettato. E se si fosse trattato di un essere come il basilisco? Del resto, lui di sicuro non ne aveva mai viste.

Lippo era il più giovin figliolo di Lapaccio, entrambi erano villici. Occhi attenti, a cercare la loro fortuna, sacchi di ortica e cappe di lana cotta, non era tempo di aspettare. Non conoscevano approfonditamente la zona, ma per duecento denari erano pronti a non darlo da intendere.

Sapevano che le salamandre erano animali velenosi, ma senza porre tante questioni a loro stessi.

Cepparello era alla sua prima missione, e forse aveva scelto con leggerezza le sue guide locali.

Si diceva che le salamandre fossero come lucertole, o come stelle cadute, coronate da fiamme, dunque umide figlie del fuoco, due gli elementi contrapposti. Sortilegio? Altri testi, difficili da reperire, riportavano idee differenti, ma se ne sapeva poco. Aristotele sosteneva che qualcuno, in un tempo remoto, tentò di bruciare un ceppo muschioso per riscaldarsi, vedendone sbucare una salamandra illesa tra i fumi.

Si erano viste, alla corte, delle vesti bianche di lana di salamandra, capaci di tenere lontano le fiamme.

Quindi com’era fatta una salamandra? Era lanosa e bianca come una pecora? E quelle che i villici chiamavano con lo stesso nome e dalle quali normalmente si tenevano ben lontani?

I tre, dopo un pasto frugale, camminarono ancora per mezza giornata, tra faggi ed abeti secolari.

Ma, invece del fuoco, i viandanti trovarono l’acqua, un piccolo diluvio che rese il sentiero un rio fangoso, in cui non era possibile proseguire se non arrancando tra le bronzee foglie d’autunno, ai margini. Il chierico Cepparello stava quasi cambiando idea, ma allegramente i due mercanti lo mandarono avanti a vedere. Si vedeva, in alto tra i tronchi pallidi, una piccola casa di pietra, in cui trovare rifugio aspettando la fine della pioggia.

Pioveva, tra le verdi lingue cervine, radicate nell’umida valle, la cui lettiera si stava risvegliando.

Sopra i sassi, o sui ceppi muschiosi, in un mondo madido e sgocciolante, avevano le loro postazioni di vedetta le salamandre maschio, con la testa ben alta, pronte ad inseguire e punire gli intrusi, lottavano piegandosi da una parte all’altra, per sovrastare l’avversario, senza morderlo. Talvolta fermandosi entrambi a riposare, ma la posta in gioco era alta.

Caute, osservando sia i pretendenti che le succose prede, alternando pause come sognanti a scatti, altre salamandre dalla lunga coda uscivano dai loro rifugi.

Cepparello, debitamente aiutato da Lippo e Lapaccio, raccolse una dozzina di salamandre e le mise in un sacco. Però non dovevano essere quelle giuste, dato che non si nutrivano di fuoco, ma di lombrichi ed altri vermi.

Ora si sentiva ancora più confuso, mentre un sentimento simile alla gioia di un lavoro fatto bene e fruttuoso albergava entro gli animi dei due villici, e Lapaccio già fantasticava su doti di matrimonio per le sue figlie e di cibi gustosi.

Preso da parte Lapaccio, Cepparello, ragionando con lui, espresse i suoi dubbi, ma senza arrivare ad alcuna conclusione: le salamandre erano quelle, e Lapaccio era in assoluta buona fede.

Quando arrivarono alla capanna, essa sembrava aperta ai viandanti e pellegrini, un luogo rischioso per chi non era autorizzato dal Duca, ma meglio di niente.

Lapaccio fu invitato da Cepparello fuori a fare legna. “Ohimè”, disse preoccupato, “che io non abbia preso abbastanza acqua, con le mie misere ossa? Vai tu, Lippo, mio figliolo, che le mie ginocchia scricchiolano”.

Non bastava la tosse, no, e nemmeno le calze fradicie, insomma, toccava sempre a lui. Si accontentò di raccogliere ciò che sembrava ancora un poco asciutto, con il coltello per aiutarsi, e tornò alla capanna, in cui, tra le braci del camino, fu ravvivato un fumoso fuoco di fortuna, per asciugare le vesti bagnate.

Ma fuori il diluvio continuava, potente, ed il Duca Aldobrandino doveva aver avuto notizia del fumo oramai.

Tanto dovettero attendere che Lapaccio si addormentò, complice una bottiglia di vino amabile debitamente nascosta, ed anche Lippo si coricò in un angolo, cosicché rimase a vegliare solo Cepparello, ma non era comodo, e radunò alcuni panni sotto la sua testa. Con nel naso l’odore del fumo, non si accorse di una scintilla, che incominciò a bruciare un angolo del sacco con le salamandre, le quali, trovando una via di fuga, uscirono non viste, spargendosi per il disconnesso pavimento di pietra. E questo poteva bastare. Ma un essere soprannaturale, senza unghie e dalla testa larga, si destò, spruzzando vapori dal dorso, ed uscendo da un enorme acero cavo e contorto, al quale non davano mai noia né insetti né altri animali, si avviò verso valle.

Intanto che questo accadeva, Lippo sognò i duecento denari dell’Arciprete, chiusi in un sacco sorvegliato a vista da una salamandra tutta impettita, lunga come un cane. C’era anche un chierico, che provò a tirarlo a sè, ma la salamandra si avvicinava trasudando vapori venefici, ed il chierico si ritirò, ma non Lippo, il quale fuggì con il sacco, ma le sue gambe divenivano sempre più corte, finché dovette strisciare, e solo allora si accorse della salamandra guardiana ormai sopra di sé. Emise un urlo soffocato, e gli arrivò in faccia qualcosa, che lo svegliò.

Gli sembrò una scarpa, aprì gli occhi in tempo per vedere qualcosa di lucido uscire dalla porta spalancata. Era solo, ma sentiva delle voci di fuori ed uscì, trovando i suoi compagni in mezzo alle foglie secche, e Cepparello riempiva, prendendole con i guanti, il sacco di salamandre gialle e nere, uscite in gran copia.

La pioggia era cessata ormai, ma le nubi coprivano ancora il cielo, ed il sottobosco sgocciolava un poco.

E prima che potesse raccontare lo strano sogno, vide un animale fuori dal comune, lucido, con macchie dorate, enorme, che lasciava dietro di sé l’inverno, proprio dietro a Lapaccio e poi a Cepparello, che non riuscivano a vedere nulla e credevano che fosse uno scherzo.

Se a Lippo, in quel momento, non tremasse il cuor non si domandi: era proprio la salamandra che aveva sognato, il Custode della foresta, vieppiù vicino, e che fare?

“Vogliate esser contenti di ciò che abbiamo recuperato, è ora di tornare, prima che il Duca Aldobrandino ci venga a dimandare perché siam qui.” Disse Lapaccio, con il sacco pieno di salamandre che si contorcevano. Lippo riuscì a malapena ad emettere un suono inarticolato, perché il Custode mise le mani addosso alla mantella di Lapaccio, che si staccò, e per un momento la sua sagoma divenne visibile anche a lui. Quale diavoleria era mai questa?

Tutti e tre scapparono in preda al panico, ma Cepparello, senza capire bene ove fosse il pericolo, andò dritto dritto verso il Custode, che lo congelò all’istante, trasformandolo di fatto in un opaco pezzo di ghiaccio allungato.

Le salamandre dentro i sacchi, intanto, uscirono fuori senza essere ricatturate, riguadagnando i loro territori nella lettiera ed il Custode, così com’era arrivato, scomparve con il cielo sereno.

Il Duca Aldobrandino giunse poco dopo, con il suo seguito, e trovò un ghiacciolo e due sacchi vuoti, ma nient’altro. I suoi famigli individuarono delle tracce, e qualcuno aveva acceso il fuoco, e poi corso in tondo. Doveva essere successo qualcosa di strano, di difficile da spiegare, di sicuro erano stati degli intrusi, ma cercando nei paraggi le tracce si disperdevano, lontane.

“Maisì, non v’è sangue in terra che i miei segugi possano sentire, e nulla mi è stato imbolato, se non codesto pezzo di ghiaccio, ma è meglio che lasci di guardia un uomo d’arme a questa capanna.” Affermato questo, si avvicinò ai sacchi, e trovò che uno aveva un angolo bruciacchiato, chissà perché.

Va ora detto che la capanna del Duca Aldobrandino era presso alla ghiacciaia, una piccola ma profonda grotta esposta a bacìo, ripulita e riempita di foglie di faggio, e capitava che qualcuno cercasse di rubarne dei blocchi, ma più facilmente in estate. Ora, sembrava davvero freddo. Tanto valeva mettere anche quel blocco da parte. Eppure la ghiacciaia non era stata toccata punto… strano… un pezzo in più, prima che arrivassero le nevicate. Qualcosa non tornava, sia a lui che ai famigli.

Che ne è stato poi di Lippo e Lapaccio? Terrorizzati da quanto accaduto, hanno ritrovato la via che conduce a valle, ma si sono ben guardati dal parlarne con qualcuno.